Alla luce dei fatti accaduti nell’ultimo periodo, alcuni compagni hanno iniziato a documentarsi circa le procedure e le normative del prelievo del DNA da parte della polizia. E hanno steso le seguenti note.

I FATTI

Il primo episodio porta la data del 2 maggio, città di Milano: alcuni compagni greci, appena usciti dal Grand Hotel occupato / Comune di via Settimo, dov’erano ospiti in quei giorni, vengono fermati e accerchiati dalla polizia, per essere quindi “accompagnati” in questura per la procedura d’identificazione, la quale comprenderà anche il prelievo del loro DNA.

Il secondo episodio avviene ancora a Milano. Stavolta siamo nel mese di giugno: il Grand Hotel occupato è sotto sgombero, resiste per il tempo che può e i sette compagni trovati all’interno vengono portati in questura: la motivazione è quella di procedere alla loro identificazione e alla notifica della denuncia per occupazione e resistenza. Anche stavolta verrà prelevato il loro DNA.

Il terzo episodio riguarda quattro compagni fermati e perquisiti dalla polizia all’aeroporto di Bergamo di ritorno dalla mobilitazione antimilitarista contro l’aeroporto di Decimomannu; a un compagno al quale viene notificata un’indagine la polizia vuole prelevare campioni del DNA: di fronte al suo rifiuto, gli viene comunicato che verrà avviata la procedura per il prelievo coatto.

NORMA & IDEOLOGIA

Legge del 30 giugno 2009, n. 85 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 160 del 13 luglio 2009 – Supplemento ordinario n. 108: “Adesione della Repubblica italiana al Trattato concluso il 27 maggio 2005 tra il Regno del Belgio, la Repubblica federale di Germania, il Regno di Spagna, la Repubblica francese, il Granducato di Lussemburgo, il Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica d’Austria, relativo all’approfondimento della cooperazione transfrontaliera, in particolare allo scopo di contrastare il terrorismo, la criminalità transfrontaliera e la migrazione illegale (Trattato di Prum). Istituzione della banca dati nazionale del DNA e del laboratorio centrale per la banca dati nazionale del DNA. Delega al Governo per l’istituzione dei ruoli tecnici del Corpo di polizia penitenziaria. Modifiche al codice di procedura penale in materia di accertamenti tecnici idonei ad incidere sulla libertà personale”.

“In casi di violenza sessuale, omicidio, rapina si trovano spesso sulla scena del crimine tracce biologiche dalle quali è possibile risalire al profilo genetico dei presenti. Il DNA è un’informazione genetica che distingue una persona dall’altra e può essere confrontato con quelli presenti nelle banche dati nazionali, se quel profilo genetico è già stato schedato. Anche l’Italia sta per avviare la Banca Dati Nazionale del DNA che è già di supporto alle indagini in molti paesi europei per risolvere casi complessi e scagionare chi è innocente”.

È questo il messaggio dello spot lanciato dal Governo italiano e mandato in onda sulle reti Rai: “risolvere casi complessi e scagionare chi è innocente”. Ovverosia: le tracce sul cadavere del bambino-scomparso-sotto-gli-occhi-dei-parenti; la maglietta della ragazzina-acqua-sapone-e-apparecchio-ortodontico stuprata e uccisa; nella famiglia-terribile-che-nasconde-un-segreto-indicibile chi è il più colpevole? E la bicicletta di Garlasco era nera o bordeaux? E i pedali erano originali oppure erano stati sostituiti per eliminare le tracce di DNA? Bisogna tenersi informati! Bisogna collaborare con gl’inquirenti (e sessantamila abitanti della Bergamasca l’hanno fatto)! Si può anche dire la propria, col televoto o inviando un post!

In un’Italia che dalla “tragedia di Vermicino” in poi ha cancellato la dimensione del conflitto sociale e le sue storicamente complesse ragioni a favore di una sequela infinita di tragedie familiari vissute-in-diretta-tivù e che da ormai quindici anni è esposta, a detta di politici e giornalisti, a una “minaccia terroristica” non meglio precisata epperò “terribile”, perché non cercare le tracce di DNA anche sui

luoghi dei sabotaggi No Tav o degli scontri del Primo Maggio meneghino? Sicuramente se ne troveranno, visto che né gli attivisti No Tav né i “Black Bloc” provengono da un altro pianeta, con un diverso acido desossiribonucleico. E, del resto, perché buttare al macero le abilità maturate, a livello internazionale, in anni e anni di inchieste contro movimenti animalisti ed ecologisti radicali? Ma c’è un ma… Una simile “perizia”, infatti, annuncia una clamorosa disfatta dei reggitori dello Stato, ché l’incipiente rinovellarsi della “questione sociale” risulterà affatto irriducibile allo storyboard di una ennesima puntata di “CSI”. Ciò detto, torniamo ai fatti.

RILIEVI TECNICO-GIURIDICI

Al Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita è affidato il compito di chiarire ogni aspetto sulla costituzione della Banca Dati DNA. All’indomani del corteo del Primo Maggio a Milano, polizia e magistratura comunicano la volontà di creare un archivio di tracce di DNA, su quanto rinvenuto in strada, elemento importante all’interno di una vasta indagine che costoro auspicano porti ad alti risultati.

Chi ha esperienza di “accompagnamenti” in questura sia per identificazione sia per accertamento d’indagine su di una qualche ipotesi di reato, in quanto persona indagata, sa che dovrà sottoporsi ad alcune procedure: farsi identificare attraverso un documento d’identità è praticamente d’obbligo, per accertamenti più minuziosi le forze dell’ordine provvederanno poi a registrare, oltre alle generalità, alcune caratteristiche fisiche del soggetto: altezza, colore degli occhi, tatuaggi o cicatrici, impronte digitali. E fin qui nulla di nuovo, purtroppo o per fortuna. Epperò dal 1º maggio 2015 si è aggiunta una novità: il prelievo del DNA, anche se la persona oggetto d’indagine è già stata identificata attraverso le procedure descritte sopra.

A consentire l’identificazione di una persona indagata è l’articolo 349 del Codice di procedura penale; tale articolo nel 2005 è stato ampliato in nome dell’antiterrorismo: se l’identificazione non risulta possibile tramite i soliti accertamenti, si può ricorrere al prelievo della saliva e dei capelli, previo consenso volontario della persona o per mezzo di un’autorizzazione scritta o orale del pubblico ministero, autorizzazione che dev’essere riportata sul verbale rilasciato al termine delle procedure.

Il prelievo del DNA non è quindi consentito se l’identificazione è certa, anche se vi è l’autorizzazione del pubblico ministero. Identificazione che peraltro è sempre certa, visto che i compagni fermati di solito sono ben conosciuti dagli operanti di polizia o perché in possesso di documenti di identità.

In caso di rifiuto legittimo pertanto si potrà procedere al prelievo di un campione biologico solo nei confronti di persone indagate per un delitto che prevede la pena non inferiore nel massimo a tre anni. In tal caso per poter effettuare il prelievo sarà necessario uno specifico decreto del giudice o in cado di urgenza un decreto motivato del pubblico ministero da convalidarsi nelle successive 48 ore dal giudice.

I prelievi di DNA effettuati dal personale della questura di Milano sono avvenuti senza volontario consenso da parte dei soggetti interessati, anzi con un rifiuto da parte loro che ha avuto come risposta una serie di pressioni, intimidazioni e dichiarazioni di piena “libertà d’azione”, in nome di quanto accaduto il Primo Maggio, da parte degli operatori di polizia (loro testuali parole: “D’ora in poi a Milano facciamo così!”).

A parte ogni altra considerazione su un ordinamento giuridico che viene “aggiustato” in questa o quella Questura, facciamo notare che sui cosiddetti “fatti del Primo Maggio” a tutt’oggi risulta essere aperta solo una indagine contro ignoti. Nessuna autorizzazione a un qualsiasi prelievo di DNA da parte di un pubblico ministero vi è mai stata, né ne risulta traccia in nessuno dei verbali rilasciati ai compagni, nondimeno sottoposti al prelievo della saliva. Quindi, la dicitura prestampata di consenso e di rispetto della persona, in bella mostra sul tali verbali, altro non è che il sigillo del sopruso poliziesco.

Se i prelievi effettuati avranno valore o meno in sede legale sarà tutto da verificare. Certo è che, comunque, rimarranno come traccia identificativa della persona a uso e consumo della polizia.

Facile è prevedere che una simile pratica andrà avanti e si estenderà ben oltre l’indagine sul Primo

Maggio milanese. L’importante è che incontri un rifiuto sempre più forte, tenace e consapevole. A ciò mirano queste nostre prime note.